Oulipo e limite

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  • Publié le : 27 novembre 2010
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Pier Paolo Argiolas

La potenzialità delle strutture fisse. L’OuLiPo e la scrittura sotto contrainte.

Nul ne peut combiner (produir) un récit sans se référer à un système implicite d’unités et des règles.Roland Barthes

Jusqu’à la limite de l’infini.
Anonimo, Metro Hoche, Parigi

Parlare di limite senza porsi il proprio, anche nel circoscritto ambito della critica letteraria, equivale a spalancare dinanzi a sé ununiverso di possibilità interpretative e d’indagine pressoché infinito; non sarebbe la prima volta che ciò accade – la letteratura vive anzi prevalentemente di questa sua forza d’irradiazione. Ma nel caso specifico di questo contributo è stata la materia trattata, di per se stessa, ad imporre una delimitazione, una regola, un vincolo. In queste pagine si propone una sintesi delle riflessioni elaborateda un consesso eterogeneo di letterati e studiosi – riuniti sotto la sigla comune OuLiPo – i quali, nella loro ricerca e sperimentazione matematico-letteraria, destinarono parte rilevante dei loro lavori teorico-analitici e sintetico-creativi allo studio dei limiti ‘interni’ cui deve sottostare un autore nel cimentarsi nella costruzione materiale di un testo.
I membri dell’OuLiPo indagarono, diuna categoria tanto vasta quale quella di limite in letteratura, prevalentemente l’aspetto letterale, ossia quello di limite come regola formale, tecnica, retorica, strutturale; in particolare predilessero lo studio della formalizzazione matematica e della potenzialità delle strutture fisse come generatrici di contenuti poetici.

Gli artigiani della contrainte.

L’OuLiPo nacque a Parigi allafine del 1960 su iniziativa di due amici: il matematico e scacchista François Le Lionnais e il poliedrico scrittore Raymond Queneau, vera figura-guida dell’OuLiPo ‘storico’[1]. Questa sorta di ‘società segreta’ (così amavano definirla i suoi membri), composta da «amici della scienza, che pensano e parlano attraverso ghiribizzi e capriole del linguaggio e del pensiero»[2], raccolse attorno a séintellettuali accomunati dall’idea che il linguaggio fosse uno strumento da smontare e rimontare e che il fare letteratura consistesse, in sintesi, nella manipolazione di oggetti verbali[3]. Sin dal suo atto costitutivo il movimento ebbe il suo epicentro in Francia; francese fu, ed è, la quasi totalità[4] dei suoi aderenti.
La sigla OuLiPo – acronimo sillabico di Ouvroir de Litterature Potentielle –condensa, nello spazio di pochi termini, il nucleo teorico da cui partirono suoi fondatori: il termine ouvroir – opificio – suggerisce il carattere artigianale di queste ricerche e di questi lavori, alimentati da una solida volontà sperimentatrice e da un approccio ludico alla materia letteraria; la litterature circoscrive l’ambito d’indagine prescelto; il termine potentielle, infine, esplicita lameta prefissata dai membri dell’ouvroir: ossia la possibilità – potenziale – di dar vita a forme nuove di scrittura in dipendenza dalla creazione di nuove strutture formali o, se si preferisce il termine, di nuovi limiti matematici strutturali.

La parola chiave della speculazione e produzione oulipiana è quella di contrainte[5].
Una contrainte è una regola, più o meno vincolante, cui ci si deveattenere nell’atto di comporre un testo che nasca dal rispetto della regola stessa, espressa preferibilmente mediante formula logico-matematica[6] integrata nel testo vero e proprio, come introduzione o corollario rivolto al lettore.
Le contraintes adoperate dall’OuLiPo sono di varia natura, e agiscono, in prosa come in poesia, tanto a livello micro che macro-strutturale: vi sono contraintes...
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