L'adattamento cinematografico

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Adattamento: fedeltà o tradimento?
Il cinema ebbe fin dal XX secolo un’enorme necessità di materia prima. Ebbe quindi bisogno sin dagli esordi di far man bassa negli ambiti della letteratura e del teatro. Ciò avveniva con il rischio di snaturare l’opera, di ridurla, semplificarla, di applicarvi codici narrativi rigidi e restrittivi. La sfida che rilancia l’adattamento sta nella trasformazione tanto necessaria quanto complessa da definire tra l’opera scritta e quella cinematografica. Nell’una la narrazione primeggia e le parole regnano sovrane, nell’altra il fatto di far vedere e ascoltare impone le proprie leggi.
La prima questione complessa sta nell’esistenza del narratore. Alla parola “narratore” si sostituisce il termine “punto di vista” inteso come espressione di ciò che si pensa quindi nel caso del cinema è solo una questione di sceneggiatura o di dialoghi. Affermare un punto di vista significa anche giocare sul montaggio, il cineasta dovrà utilizzare gli strumenti propri ma anche affermare la propria lettura dell’opera. In senso letterale la nozione di “punto di vista” fisicamente rinvia al luogo da cui si guarda, da cui si ascolta, dove si posizionano macchina da presa e microfono, a ciò che si vede e che non si sente. Per cogliere meglio il concetto di punto di vista al cinema, bisognerebbe prendere in considerazione le tecniche utilizzate, i metodi impiegati che dipendono dagli orientamenti estetici derivati dal connubio di diverse opinioni, esperienze e logiche di produzione. Al cinema la narrazione diventa allo stesso tempo il racconto di una serie di azioni, affini in questo senso alla letteratura, ma anche il fatto di mostrare corpi, spazi, espressioni, di far ascoltare suoni voci, musiche. Alla parola “narratore” si sostituisce il termine “punto di vista” inteso come espressione di ciò che si pensa quindi nel caso del cinema è solo una questione di sceneggiatura o di dialoghi. Affermare un punto di vista significa anche giocare sul montaggio, il

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